Storie di appartamenti

Racconti di cose che sarebbero potute succedere ma che non sono mai successe in appartamenti in affitto

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Milan, Viale Col di Lana

Penso la userò anche per Anna e Carlo, ormai è un elemento fondante della “terapia”; vero, non ha sempre prodotto i risultati attesi, come ogni tecnica del resto, in fondo la sua integrazione nel “percorso” è recente e la sua origine puramente casuale.

Sono un consulente matrimoniale, come avrete compreso, e questo è quanto mi raccontarono Luca e Cecilia al loro rientro da Milano.

Allora, il “metodo” non aveva ancora un nome, o forse non lo ricordo, e nemmeno era rigidamente definito in un sussegguirsi di fasi. Iniziava solitamente con quella che suggerivo come prima, in quanto da qualcosa bisognava pur partire: l’allontanamento. “Scoprite se i vostri problemi vengono con voi o rimangono a casa…”, è questo che in genere dico e, quasi fossi un agente di viaggio, propongo una meta. Una città, in genere, un appartamento, per un periodo non brevissimo, in una stagione insolita, affinchè l’idea della vacanza possa essere presto sostituita da quella di un trasferimento in una quotidianità solo più lontana da casa. “Andiamo a Milano” mi annunciò Luca.

Di seguito il resoconto che mi fecero di ritorno dall’esperienza e che divenne la prefazione alla prima edizione di quel manuale che penso abbiate anche voi, se siete coppia sposata, sul comodino: “Tra Noi…” e che fu la mia fortuna.

- …ben presto ci ritrovammo, pur nella nuova situazione, a mettere in atto quelle procedure, quelle strategie, quei riti che scandivano le nostre giornate, meglio le nostre serata, a casa. I problemi erano venuti con noi, non ci avevano mai lasciati. Il divano e la televisione rimanevano l’isola o il salvagente per Luca, il letto e il libro il presidio e il rifugio per me. Qualcosa però non funzionava. Il divano di Luca non era nel salotto oltre la cucina al piano di sotto, il mio letto non era nella stanza in fondo al pianerottolo salite le scale. Tra noi una sottile parete. Il divano da un lato dell’esile barriera, la testata del letto dall’altro. Sdraiti su diversi giacigli, in diverse stanze eppure vicini, a contatto di respiro. Lo sentivo respirare, come non succedeva da tempo, lui sentiva me che mi trattenevo dal tossire in quanto certa di essere spiata dal suo orecchio. Sperimentammo un concetto nuovo di distanza. Mi sentiva sfogliare pagina, intuendo il mio ritmo di lettura ed immaginando il perchè mi fossi soffermata più a lungo su una o sull’altra, lo sentivo intervenire sul volume della trasmissione in relazione alle frasi, alle scene, alle situazioni che più lo imbarazzavano sapendo che io pure ero in ascolto.

La sera successiva nessuno di noi era desideroso di ripetere l’esperienza. Fu la ragione, non rivelata, per cui rimanemmo fuori. L’appartamento si trovava a circa 400 metri dalla zona dei Navigli, non mancava quindi la possibilità di sedersi fuori da un locale, con un bicchiere di vino davanti ad ascoltare musica d’autore proveniente dall’interno, spostarsi raggiungere il successivo muovendosi in una atmosfera di ricerca del divertimento e dell’intimità. Al rientro la parete era lì, filtro selettivo di quello che non eravamo in grado di controllare, il respiro: lo senti sbuffare per un sonno che non arrivava, mi sentì trattenere il fiato cercando di nascondere la mia inquietudine… -

E prosegue…- la curiosità fu più forte, la mia di vedere quelle scene che lo imbarazzavano in video, la sua di leggere quelle pagine su cui mi soffermavo più a lungo. E queste cose si potevano fare solo insieme. -

Luca dice ci salvò la curiosità, io dico quella parete di pochi centimetri.

Questa storia, che non è mai successa, sarebbe potuta accadere quì

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Genoa, Via Mameli

Genoa via mameli

Non mi crederete mai, lo so, non ho testimoni. Come non comprendervi del resto, se a me avessero detto che avrei adorato “pane, burro e alici”, io pure non ci avrei creduto, ma questa è un’altra cosa.

Pane, burro ed alici, che ora adoro, mi hanno portato a Genova. Sono un freelance, scrivo storie di viaggi, anticipo i costi e scommetto che il reportage piacerà, se me lo comprano ok, se non ci ho rimesso i soldi. Bene ora sapete cosa faccio. Mi serve un tavolo di fronte ad una finestra. Quì c’è, e non lontana pure una libreria a muro, ma non mi sarei degnato neppure di curiosare qualche titolo, se…

Stamattina ho fatto un salto a piazzale Corvetto, poi giù per via Roma a sbirciare nei negozi, ed ho infilato un vicolo, uno dei tanti. Alle 11 precise ero seduto davanti ad un piatto con due fette di pane, un vasetto di burro cotto di fronte, un vaso di alici, dal quale mi apprestavo a sfilarne una premuta contro il vetro, implorante nella mia direzione, ed un bicchiere di vino. Questo già giustificava la mia presenza a Genova. Rientro verso l’una, la finestra è spalancata, sale il vociare dalla strada e si mescola con l’aria frizzante che pare essersi data appuntamento alla mia scrivania. I fogli bianchi che avevo lasciato in custodia ad un fermacarte improvvisato sono sparsi per la stanza. Li raccolgo, li riporto al loro porto di partenza e di getto appongo il titolo su quello che sta in cima alla pila: “Genova…”, con tre puntini che indicano che non sono del tutto senza idee e che mi riservo di far ricorso a risorse ora non manifeste. Creativita?

Lo vedo, ne sono certo, lo so, non ci crederete mai, non ho testimoni, un libro si materializza, si, avete capito bene, si materializza all’istante nella libreria, tra un volume a l’altro, producendo un lieve movimento dell’intera fila. Non scrivo racconti di fantascienza e quindi non dispongo di un vocabolario di termini che aiutino a spiegarmi ed a descrivervi cosa vedo, sono ingenuo e disarmato di fronte al fenomeno che accade a pochi passi di distanza. Abbandono la penna, mi sollevo dalla sedia per afferrarlo e svanisce, o dovrei dire si smaterializza.

Sono inquieto, è ovvio. Penso alle alici, al bicchiere di vino, al burro, al pane di segale ed i fenomeni medioevali di allucinazione collettiva, al caldo, è ovvio. Riprendo possesso della sedia come metafora di me stesso, mi rassicuro nella materialità della penna che stringo e del segno che traccio sul foglio. “Fa caldo,…” fermo sulla carta intestando il capitolo, e costringo i miei pensieri su un aspetto contingente. Avviene di nuovo, nello stesso punto di prima prende forma. Sul dorso del volume, in nero su fondo bianco, leggo “Genova…” ed il mio nome, il marchio di un editore che ora non conosco. Sono inquieto, è ovvio.

Non sono particolarmente creativo, la storia dei tre puntini ve lo avrà fatto sospettare, ma collego in fretta gli avvenimenti e afferro la prima spiegazione che mi sembra plausibile, e la verifico. Quello che sto scrivendo diventerà un libro, magari un best-seller (per stare quì in una anonima libreria a muro di un appartamento di Genova). Ho connessione ad internet, apro il browser e digito “www.nytimes.com”, click alla sezione “books” e nella colonna Sunday Book Review, a firma Walter Kern, eccola: la recensione al mio libro “Genova…”. “Fa caldo,” - it starts the latest novel of… - seguita da un richiamo ad un link interno.

Sono immobile, è ovvio. Sudato, forse per il caldo, ma insanamente lucido. O smetto di scrivere il pezzo o smetto di raccontare cosa mi sta succedendo. Non mi crederete mai, lo so, non ho testimoni.

Ho deciso.

Questa storia, che non è mai successa, poteva accadere quì.

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Frankfurt Kleyerstrasse 42

frankfurt

Non era venuto a Francoforte certamente per l’Äppelwoi, il sidro locale, ma per affari…

Un appartamento pulito, bianco, con tostapane e bollitore sempre a disposizione, le sue richieste, del resto era quì solo per affari. Al primo bar  con tavolini all’esterno che incontrò si sedette ma, non sapendo cosa chiedere al cameriere, indicò la bevanda che stava di fronte alla ragazza del tavolo a fianco; sembrava fresca, la bibita intendo. “Äppelwoi” gli disse la ragazza con perfetto accento tedesco, “…ciao, sono Helen” proseguì in perfetto italiano. “Sono quì per affari” fece lui, “anch’io” le fece eco Helen. Il sidro era fresco, ma non di suo gradimento, comunque non era stato educato a manifestare i propri gusti.

Non era venuto a Francoforte per assistere al seminario di Sibylle Böhler alla “Frankfurt Book Fair 2009”, ma per affari…

Mattinata di appuntamenti, poi nel pomeriggio una passeggiata. Percorse un tratto della “Mainzer”, del resto non aveva una meta precisa, e, dove incrocia la “Friedrich-Eberth” non si oppose al flusso della folla che scorreva in un’unica direzione. Si immerse e venne direttamente scaricato davanti alla annuale “Frankfurt Book Fair”. Fu sorpreso. Si diresse verso uno degli enormi manifesti che riportava il programma odierno, non per carpirne il contenuto ma per salutarla: “Ciao, Helen?” osò. Helen si voltò, non sembrò sorpresa e lo trascinò al seminario che stava iniziando. La mano di Helen era fresca, ma il seminario non fu di suo gradimento, o meglio, forse lo sarebbe stato se avesse compreso l’idioma, comunque non era stato educato a manifestare i propri gusti.

Non era venuto a Francoforte per perdersi nel quartiere vicino alla stazione, ma per affari…

La sera successiva raggiunse la zona della stazione, meta l’appartemento di Helen, probabilmente, ma raggiunto l’obiettivo si trovò di fronte ad un locale di “peep show”. Secondo piano, diceva il biglietto, - strano - pensò. Il letto di Helen non era fresco ma la serata fu di suo gradimento, comunque non era stato educato a manifestare i propri gusti.

Il mattino si stava preparando il pane tostato ed il caffè per la colazione, alzò lo sguardo e stavano di fronte a lui. Dentro una cornice, premuti contro le pareti di un vetro tre fogli bianchi costodivano fiori pressati: un fiore il primo, due il secondo, molti il terzo. Vide se stesso, vide lui e Helen, vide noi costretti, pressati; comunque non era stato educato a manifestare i propri gusti.

Era lì solo per affari.

Questa storia, che non è mai successa, sarebbe potuta succedere quì

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Lecco Via Roma

Lecco via Roma

Abbiamo un piano, o meglio, ho un piano, Diego annuisce, “…del resto la psicologa in famiglia sei tu” mi ricorda.

Ho una figlia, abbiamo una figlia, Martina, il bersaglio delle mie attenzioni, il ricettacolo delle mie insicurezze, lo scrigno malcelato delle mie aspirazioni. Si parte, decidendo all’ultimo minuto e scegliendo l’offerta dell’ultimo secondo; il lago di Como, Lecco, meno di un’ora da Milano, abbastanza per lasciarsi il lavoro alle spalle, soprattutto quando hai un piano.

Martina è con noi, preambolo indispensabile ad inconsapevole testimonianza dell’efficiacia delle mie previsioni. Sono una psicologa, non una bugiarda, mi consolo. Obiettivo ludico dei tre giorni che ci aspettano: vedere, dal lago, “Villa Oleandra” a Laglio, la residenza estiva di Clooney e magari, lui stesso; Martina è in trappola, senza difese, accetta. Obiettivo che giustifica la strategia (a parere di ogni genitore ovviamente): capire che succede da qualche mese ad una figlia che cresce, cambia, sceglie e mi esclude.

Ho previsto anche questo, l’ipod, perennemente incollato alle sue orecchie, sarebbe stato una barriera invalicabile, lo sguardo, fisso sull’acqua e infine su quell’istante che non giungerà, impossibile da catturare. Pertanto io e Diego ci godiamo la gita in barca, Varenna, Bellagio, Tremezzo e Cernobbio, le ville, i giardini sospesi sull’acqua e nel tempo.

Sera, Martina è delusa, la conforto e rimotivo per il giorno successivo e poi attacco. “…E’ un po’ che non parliamo noi due! ti va?”, lo so non è da psicologa, ma in fondo sono anche madre. “Perchè non abbiamo niente da dirci”, risponde. Lo so è da figlia. Semplice, disarmante, distrugge i piani dalle fondamenta, ma ho un inatteso alleato in camera. L’ho visto, la mattina appena arrivati ed ho deciso che lì si sarebbe celebrato il discorso. Uno specchio, elegantemente incorniciato, enorme, appoggiato al parquet sulla parete di fronte al letto. Mi sono avvicinata e mi sono potuta vedere interamente, dalla testa ai piedi. Era perfetto.

Conosco il potere dello specchio, quello che provoca vedersi e vedere quello che gli altri vedono guardandoti. Vedere quello che credevi di nascondere perfettamente o che non pensavi di possedere. Sdoppiarsi, quella che mi sta di fronte, che tutti osservano, e quella che da dentro la quale osservo gli altri. Ci si riflette e si riflette. “Guardati!” le dico, “questo è quello che vedo io, pupille velate e palpebre rigonfie, lobi perforati e straziati da insani pungoli, vesti informi dalle quali sporgono estremità di dita rosicchiate ma celano (le sollevo la manica) lievi punture di spillo…”.

Poi lo sguardo mi scivola, non lo posso evitare e mi vedo. Guardo quello che vede Martina, qualcuno che la inganna, la indaga, la giudica invece di proteggerla.

“Scusa!” le chiedo, torno a Milano.

Questa storia, che peraltro non è mai avvenuta, avrebbe potuto succedere quì

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Firenze Via Ghibellina

firenze via ghibellina

Con il naso all’insù, è cosi che ricordo Alberto.

Sono passati due anni, ancora insieme, forse perchè Alberto teneva sempre il naso all’insù. E con il naso anche i suoi pensieri erano probabilmente rivolti altrove, a quella volta, dieci metri sopra la nostra testa, nello studio di Firenze che affittammo quell’autunno. Nel centro era raffigurata Diana cacciattrice e credo che Alberto si sentisse la preda predestinata di quella dea, di arco armata, che in fondo mi somigliava.

Le mie frecce non raggiungevano quasi mai il bersaglio, forse perchè speravo di colpirlo dirigendo la mira su percorsi indiretti, confidando nei rimbalzi, o forse perchè il bersaglio era evanescente, non opponeva resistenza, si lasciava trafiggere, trapassare, inerte e inerme. Da tempo sentivo che tra noi era finita e per dirlo avevo scelto di essere lontana da tutto, da tutti, concentrati su di noi ed i nostri problemi. Nutrivo un profondo rispetto per i nostri sentimenti e ritenevo dovessimo parlarci ed ascoltarci, noi, soli. Ma, cucinando parlavo, scostando le tende e nascondendomici parlavo, risalendo sul soppalco parlavo, ravvivando la brace nel camino parlavo, rassettando il letto parlavo, lui, abbandonato sul divano, guardava all’insù.

La sera percorrevamo il Lungarno, fino alla Biblioteca Nazionale Centrale, tornando poi da Santa Croce, aspettavo che parlasse, lontano da quella aerea distrazione, sebbene il cielo di Firenze fosse degno rivale di quel volto greco. Nulla, niente lo aveva scalfito o tutto lo aveva attraversato.

Giunse, inattesa, la fine del soggiorno. Ero esausta, delusa, vinta. Io, senza frecce nella faretra, Alberto, bersaglio immacolato. Non lo lasciai, non mi lasciò e credo neppure ricordasse quanto avevo cercato di dirgli, quanto, in fondo, avevo provato a fargli male. Credo, almeno fino ad oggi.

La nostra meta estiva sono le Dolomiti, stiamo arrampicando sul Civetta, apro, da prima, Alberto tiene la corda che mi assicura. Mi volto, sono in cima all’ennesimo tiro, guardo in basso, verso Alberto. Lui guarda in alto, in una posizione che ora mi sembra innaturale, non consona, anche se dovrebbe esserlo. Lo sguardo mi sfiora, mi oltrepassa, prosegue verso una volta immaginaria sopra di me.

“Alberto, recupera!” urlo. Nulla, non mi sente.

Questa storia, che non è mai accaduta, avrebbe potuo succedere quì

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Catania via Re Martino - E

Catania via Re Martino E

…”Una stanza asettica per la signora e una cabina telefonica per me, grazie”. E’ quello che avremmo potuto chiedere in agenzia (naturalmente sto esagerando le nostre fobie) e dall’espressione di chi stava oltre il bancone sembrava proprio avessimo chiesto questo.

Fummo accontentati. Per la signora, che non sopporta l’idea di condividere questo pianeta con la polvere, un appartamento simile ad una sala post-operatoria; dominano il verde ed il bianco, la plastica e l’acciaio. Per il signore, che non sopporta l’idea di condividere questo pianeta con tanti individui senza poter comunicare con tutti contemporaneamente, una dotazione da fare invidia: telefono, citofono privato, TV satellitare LCD con Sky, connessione Internet ADSL, lettore DVD, e, per goderseli, aria condizionata. Partenza, destinazione: Catania.

Dire che io e Lucia siamo debitori della reciproca stabilita’ mentale da comportamenti ritualizzati e’ il modo più efficace con cui abbiamo sentito descrivere dal Dr Stampa la nostra convivenza, o meglio la nostra simbiosi. Entriamo in appartamento, fase uno: Lucia raggiunge il bagno e si accovaccia per consentire al suo sguardo di sfiorare la piastrella del pavimento dietro la tazza, OK. Fase due: appoggio il portatile sul tavolino e verifico la disponibilità di connessione, velocità in down e up, mentre ho già acceso Sky e collegato uscita video del Pc con video LCD, OK. Fase tre: Lucia fa aderire il fazzoletto al fondo della sedia bianca in plastica dopo averla ribaltata, OK. Fase quattro: chiamo l’ufficio mentre apro account twitter per aggiornare lo status e carico le foto appena scattate con il cellulare su flickr con i tag: catania, vacanza.

Non so perchè, ed ora che ci penso non mi è mai importato saperlo, forse è allergica, Lucia odia la polvere. No, forse la considera un aspetto della caducità che può essere contrastata, forse un simbolo della disattenzione del mondo nei suoi confronti, forse un traguardo inevitabile e quindi qualcosa di inutile. Si, credo la consideri inutile.

Lo so, ed ora che ci penso Lucia non me lo ha mai chiesto, ho paura di rimanere solo. Fare qualcosa e non poterlo dire a qualcuno ed aspettarmi quella conferma della mia esistenza per gli altri, per me un diritto, per loro un dovere. Si, lo considero utile, e piacevole.

Stamattina sono uscito per raggiungere a piedi la zona commerciale, era scontato lo so. Lucia ha mal di testa, è stanca, ha caldo, è nervosa, è mestruata, insomma non viene ma mi assegna gli incarichi. Uscendo chiedo al portiere per l’attivazione della videosorveglianza, era scontato lo so. Raggiungo il Porticciolo di San Giovanni Li Cuti, non pensavo di essere così prossimo al lungomare di Catania, non era scontato lo so.

Rientro a pomeriggio inoltrato, sulla porta chiamo Lucia perchè non la sento. Silenzio, sono immobile. Dalla porta non vedo la parete dove si trova il divano, la varco. Lucia è distesa per terra, prona, scomposta, ha un aspetto quasi ridicolo. Smetto di respirare, non riesco nemmeno a pensare, anzi no, penso, penso a Lucia che stava male, io non ero lì, nessuno era lì, a nessuno poteva dire del suo male, a nessuno poteva dire perchè. Sono immobile, terrorizzato dalle mie paure che si avverano, poi lo vedo.

Cadendo, Lucia deve aver urtato il tavolino dotato di rotelle di fronte al divano, è scivolato sul pavimento ed ha lasciato scoperto, proprio vicino alla mano di Lucia un lembo di pavimento impolverato. La polvere ha raccolto il segno che il suo dito ha tracciato: LEXOTAN.

E’ quello che ho raccontato al 118 che l’ha soccorsa e salvata.

La storia che ti ho raccontato avrebbe potuto svolgersi quì

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Brussels rue Souveraine

Brussels rue Souveraine apartment

Non mi diverto all’idea di tornare in quella casa, ma devo.

Sono passati due anni e, come diceva Ernst, non e’ successo niente, nessuno ci ha cercato, ma non sono tranquillo lo stesso. Quando penso che qualcuno avrebbe potuto trovarla, usarla o magari farla sparire per sempre, dove nemmeno noi avremmo potuto servircene, mi faccio prendere dall’ansia. Avrete già capito che non mi avevano scelto per il mio “sangue freddo”, ma “…per il tuo cervello!” diceva Ernst. Non so se per il cervello, il piano non lo avevo elaborato io, o per la mia discendenza in linea diretta con “il direttore”, ma imparai presto che non era il caso di contraddirlo. Impiegammo circa due giorni per trovare il luogo dove l’avremmo depositata, fu Sabrina che lo suggerì, ed anche in quel caso il mio cervello non si rivelò indispensabile.

Trascorremmo il giorno successivo, l’ultimo del nostro soggiorno, su una panchina, sotto quella insolita palma che stazionava di fronte all’edificio. Immagino che anche noi apparivamo “fuori luogo”, stazionando a protezione di quel nascondiglio invece di visitare il centro di Brussels, esattamente come ogni turista avrebbe fatto.

Ma non eravamo turisti.

Ernst ci raggiungerà tra un paio di giorni, il tempo di prenderla, fare il prelievo, dividere e salutarci. Io e Sabrina siamo già sull’ampio terrazzo, entrambe impazienti, ora non abbiamo più bisogno di simulare, ci camminiamo sopra. All’unisono afferriamo i manici del mastello che contiene quell’arbusto sempreverde, che ho imparato a riconoscere come “buxus sempervirens”. E’ cresciuto ma sempre ben potato. Lo spostiamo. Solamente una fessura tra un asse e l’altro del pavimento in legno che riveste il terrazzo, ci separa da quella sottile sagoma di lega cromata, dentata, ora sporca ed opaca che ha visitato molti miei sogni di questi ultimi due anni.

C’è, eccola. Ora possiamo. Una doccia, prepariamo la cena, uso il mio “cervello” che presto si sintonizza con quello di Sabrina nel concordare il piano con cui “supporteremo l’uscita di Ernst dalla nostra società”.

Domani mattina raggiungeremo la stazione apriremo la cassetta di sicurezza che abbiamo affittato, preleveremo, e, esattamente come farebbe ogni turista, visiteremo il centro di Brussels.

Perchè ora siamo turisti.

La storia che hai appena letto avrebbe potuto svolgersi qui’

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Bologna, via Paradiso

Davvero, la prima cosa che ho cercato e’ stata la moka; due, tre, quattro porzioni purchè la moka.

C’era. La disposi in centro al tavolo, sostenuta da un sottopentola in legno, per evitare di danneggiare il piano del tavolo; era perfetto. Cerchiamo di capirci: non sono dipendente dal caffè, lo considero un efficace supporto, a volte un compagno di lavoro. A quello doveva servire.

Nelle ultime due settimane non ero riuscito a tracciare una sola riga e la bozza andava presentata entro fine mese, decidemmo che lontano dallo studio avrei lavorato meglio. Io, scelsi la meta, Bologna; Tim, il mio socio, un elemento di ispirazione, via Paradiso appunto; Sarah, la mia segretaria non trovò di meglio che suggerirmi l’uso del caffè. La madre di Sarah, italiana, mi aveva iniziato alle tecniche di produzione della “cremina”, agitando una base di zucchero con il primo caffè che emerge dal sifone della moka.

Nei giorni successivi, in realtà, il caffè mi agitò, via San Felice, nel cuore di Bologna, mi attirò fuori, il lavoro naufragò.

Avevo letto, non ricordo dove, che l’immagine della Beata Vergine (non sono devoto, ma curioso si) fosse riuscita a risalire al Santuario dalla cattedrale di San Pietro, durante una notte di bufera grazie alla protezione degli alberi ai lati della strada, che si erano piegati in modo da formare una galleria che la scortasse incolume fin in cima al colle. La storia ispirò la costruzione del porticato di San Luca, ed io lo percorrevo ogni giorno in attesa d’ispirazione.

Mi osservai attraverso uno degli otto specchi appesi alla parete di fronte (un segno?): io, seduto al tavolo, davanti ad un foglio definitivamente bianco. La moka sbuffava, spensi il fornello, l’afferrai e mi ridiressi al tavolo. Mi accorsi di non avere a disposizione il sottopentola che mi ero promesso di usare; il manico scottava, evitai l’ustione e l’appoggiai sul foglio. Tornai con l’ormai inutile oggetto, sollevai la moka che mi svelò il segno.

Iniziai a schizzare e due giorni dopo era pronto il progetto della “Red Octagon”, Mission Terrace - San Francisco.

Grazie Sarah, grazie Bologna.

La storia avrebbe potuto svolgersi quì

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Bari, via Tanzi

L’Italia, come meta, fu una scelta condivisa, la nonna di Rebecca era siciliana, credo, Bari no. Era la prima dell’elenco ed eravamo già riusciti a litigare; rimase a me il compito, al quale ritenni di  dedicare non più di qualche minuto.
Io e Becky concordavamo sui principi, mai sui dettagli. Consideravo questo un promettente punto di partenza, col tempo, ingenuamente pensavo, le sfumature sarebbero rimaste tali e la loro importanza pure, nulla.

Il balcone dell’appartamento di via Tanzi, che affittammo, era infuocato, abbassammo i tendoni, li fissammo alla ringhiera e ci lasciammo cadere sulla sedia, senza fiato.
Quindi lo notai, e mi accorsi che anche Becky lo stava guardando, un candelabro al centro del tavolo, con due improbabili ferrei pesci, uno di fronte all’altro, rispecchiandosi, reggevano tre asimmetrici portacandele. Quello centrale sosteneva un ancor più improbabile cero che tentava di conferire alla struttura un senso di imponenza. Rebecca si sorprese incrociando il mio sguardo, forse per il riflesso sulle lenti dei miei occhiali: quell’oggetto che, da qualche secondo, occupava anche la sua mente. Poi, niente. Nessuno disse nulla, lo sollevai e chiesi a Becky di sfilare la tovaglia cerata trasparente, messa, credo, a protezione del piano del tavolo, lo risistemai nella originaria posizione pronto a svolgere la funzione al quale era stato destinato e rientrai come colui che si accinge a portare a termine la missione affidatagli: preparare il caffè.
L’indomani mattina entrambe avevamo una missione:  l’ascensore ci lasciò al piano terra e usciti dal portone, percorremmo via Tanzi fino ad imboccare via Spalato e finalmente il lungomare. Becky indossava pantaloncini neri ed una stretta canottiera grigia, mentre correvamo, per raggiungere  il Molo Sant’Antonio, l’antico porto,  rimasi indietro.

Al rientro, lungo via Cavour, comprammo del vino per la cena, quindi, giunti sotto il portone, notai l’effige di un leone di pietra che sovrastava l’arcata dell’ingresso. Il mio sguardo del mattino, avido di posarsi su quella distesa di profondo blu che l’odore mi faceva presagire prossima, me lo aveva celato; cercai di scorgere se Becky fosse stata catturata dal medesimo particolare, quasi a riprova che quanto successo la sera precedente potesse essere sintomo di una analoga visione escatologica del mondo. Mi sembrò di si.
Riproposi, quello che ormai poteva dirsi esperimento, entrati in casa. Becky si era tolta le scarpe, abbandonandole sul pavimento, proprio sul vertice del rombo che formavano le quattro piastrelle di ceramica con motivi floreali inserite, quasi come pregevole intarsio, sul parquet. Credetti che anche il suo sguardo, per un istante oltre quanto avrei ritenuto lecito, fosse rimasto abbandonato nel medesimo intreccio di linee. Dunque scrutavamo analoghi dettagli e davamo loro analoghi significati. Credevo.
In terrazza, la sera, litigammo, complice il vino credo di ricordare, Rebecca era furibonda. Tentai di farla calmare riflettendo sul fatto che in fondo osservavamo e giudicavamo il mondo con gli stessi occhi; ero pronto a rivelarle quanto avevo indotto da quegli accidentali incontri di pupille. Il suo segreto, il nostro. Posai lo sguardo di nuovo sul candelabro, attesi che lo fece anche lei, aveva capito.
Poi, senza che lo avessi previsto, lo afferrò; fu l’ultima cosa che vidi e che ricordo.

Addio Becky, addio Bari.

La storia avrebbe potuto svolgersi qui’